19 gennaio 2018
Annunci
 
Menu principale
Home
Notizie
Collegamenti web
Contattaci
Cerca
Conferenza Furio Colombo PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
mercoledý 14 maggio 2003

 

Image

 

14 Maggio 2003 Aula Magna Università di Siena a Grosseto

 

"Opinione pubblica, mass- media e costruzione del consenso elettorale"

Furio COLOMBO - Direttore de l'Unità

Sono molto grato alla Vostra Associazione ed al Presidente avv. Ceciarini per questa occasione di essere insieme per parlare di queste tre parole: opinione pubblica, media e consenso. Sono il cuore del discorso di questi giorni. E si intende che mi vedrete ripercorrere ciò che Roberto Zaccaria ha appena detto, lungo i sentieri del fare le cose piuttosto che della limpida ricostruzione giuridica che lui ci ha offerto. L’opinione pubblica siamo noi. L’opinione pubblica siete voi, in questo momento, in questa sala. Ora voi potrete porre il problema: certo, ma questa è un’opinione pubblica un po’ orientata, che è qui perché presume di sentirsi dire alcune cose che la rappresentano . Intanto, noi, voi, qui, adesso, siamo opinione pubblica. Contiamo! Contiamo certamente di più che se fossimo in tre. Contiamo certamente di meno che se fossimo in tremila. Ma siamo il cuore del discorso. Se non ci fossimo, non c’è legge, non c’è Costituzione che ci protegge dal disegno eversivo di un personaggio come Berlusconi. E che Berlusconi sia un pericolo per la libertà e democrazia in Italia ce lo stanno dicendo con passione, fuori dai denti, nella stessa settimana parecchi giornali europei e americani. Il Tagesspiegel di Berlino, il sabato precedente The Independent - con la indimenticabile frase – dopo aver descritto tutti gli eventi di cui è stato protagonista Berlusconi – “L’EUROPA E’ A BOCCA APERTA” e non tanto per Berlusconi, quanto perché non avevano pensato che l’Italia fosse scesa così in basso. Venerdì, l’Economist, che ha dato il giudizio più crudele, più severo e più grottesco dicendo ci eravamo domandati (anzi l’articolo dell’ Economist era piuttosto diretto a noi, opinione pubblica) vi avevano domandato, se Berlusconi fosse adatto a guidare l’Italia. A quel tempo la nostra risposta era stata: no! Ma per quelli di voi che hanno familiarità o desiderio di confrontarsi con la stampa americana vedete in data di ieri, o sull’Unità di oggi, Times, Newsweek, e il famoso amichevole Wall Street Journal che cosa dicono e come ci descrivono: Berlusconi ai giorni nostri, in queste ore, dopo le ultime concitate dichiarazioni dell’ultima settimana. Questi sono appelli all’opinione pubblica. E noi siamo l’opinione pubblica. Fermiamoci un momento e immaginiamo che questa sia una sala da cinema. Una normale sala da cinema o di teatro in una sera qualsiasi e si accende improvvisamente la luce ed eccoci qui, voi, il pubblico. Anche il pubblico è opinione pubblica. Quella opinione pubblica sarebbe stata parecchio più variegata di questa, perché sarebbe stata scelta a caso secondo i criteri che attraggono a vedere un certo film o spettacolo e non secondo la convocazione di questa Associazione, per la ragione di preoccupazione democratica che ha creato l’evento di questa sera. Bene. Di fronte all’opinione pubblica c’è una curiosa risposta della Politica: metà di quella risposta vi è già stata presentata nell’analisi giuridica di Roberto Zaccaria. Chi è stato eletto perché ha raggiunto la maggioranza dei consensi desidera pietrificare quel momento e dire: io non ho bisogno di questa opinione pubblica né di quella che mi ritroverei a teatro se si accendono improvvisamente le luci. Non ho bisogno di rivolgermi a loro e di cercarli di persuadere di niente, perché mi hanno già votato, una volta per sempre. Una affermazione di questo genere, oltre ad essere infondata giuridicamente, come vi è stato spiegato, è priva dei fondamenti elementari del buon senso, perché se un atto che avviene nel momento  A valesse per sempre, la democrazia sarebbe morta la sera  dell’annuncio dei risultati elettorali. Se questo fosse il caso, non si spiegherebbe perché i padri fondatori degli Stati Uniti d’America, nei loro famosi e spesso giustamente decantati “federalist papers”, nelle carte federali in cui sono contenute le discussioni che i grandi del diritto e della filosofia, della vita pubblica americana hanno fatto prima di darsi una Costituzione, su come si protegge la Minoranza dalla dittatura della Maggioranza. Sono decine e decine di capitoli, migliaia di pagine di “federalist papers”, che ci spiegano perché la Democrazia americana è durata così a lungo, perché ha la forza che ha, perché nasce da una affermazione: le elezioni e la definizione di una Maggioranza sono niente e non garantiscono alcuna forma di vita democratica se non sono seguite da un continuo e protetto e garantito dialogo con l’opposizione. Ogni volta in cui una parte politica viene da voi e vi dice: non ho bisogno di voi, tanto mi avete già votato e io sono a posto fino a quando dura il mio periodo, non devo rendere conto a nessuno, perché ho la maggioranza e ogni volta che si discute un atto della Maggioranza  - che ovviamente è successivo a quando la Maggioranza è stata composta e si è formato con in voto popolare – si afferma che “la si vuole delegittimare” si dice una frase fra le più stupide e tra le più insidiose che siano state mai pronunciate. Stupida perché è priva di significato.Se non si deve delegittimare la Maggioranza, non la si può discutere e, se non la si può discutere, tanto vale avere un bel Himler, con la sua uniforme, che almeno si fa riconoscere. E fra le più antidemocratiche perché nega quel fondamento della democrazia che è la protezione delle minoranze. Ma c’è un’altra curiosa vicenda che io, con chiarezza e crudezza,voglio sollevare qui con voi ed è la strana attitudine di quelle che sono oggi le forze di opposizione nei confronti dell’opinione pubblica. Perché l’opinione pubblica si riunisce in quarantamila all Palavobis e in un milione in Piazza S. Giovanni e qualcuno mormora “ ma la Politica la deve fare la politica. Noi non abbiamo bisogno dei Movimenti e dei Girotondi”! e allora c’è un associare di significato sarcastico alla parola “girotondo” che rimbalza, ahimè, da Destra a Sinistra ed è uno degli atteggiamenti meno comprensibili con i quali io mi sia trovato a confrontare nel corso di questa mia strana vita politica che è stata di cinque anni da deputato DS (orgoglioso deputato DS, molto deputato e poco DS nel senso che non avevo alcuna funzione alcun ruolo all’interno di quel partito che ho rispettato, con il quale ho fatto tutto ciò che dovevo fare secondo le direttive dei capigruppo e con i quali abbastanza frequentemente - specialmente sulla questione del quando fare e come fare la legge sul conflitto di interessi, non sempre mi sono trovato festosamente d’accordo) e poi la parte di esperienza politica in questo mio dirigere “l’Unità” dove mi dicono “l’Unità è girotondina” . A me sembra un grande complimento, a me sembra un modo di dire “ma avete proprio capito come deve essere un giornale, il giornale delle persone che partecipano”. Nel momento in cui sento a Milano una voce che si leva per dire al Presidente “fatti processare”è una sola, ma sento che l’opinione pubblica c’è e sono orgoglioso di partecipare ad un Paese in cui l’opinione pubblica c’è ed in quella circostanza dice a Berlusconi quello che deve sentirsi dire. E’ molto bello lo scoop. Sarebbe uno scoop in ogni altro Paese quello del TG 3, sarebbe uno scoop premiato, probabilmente negli Stati Uniti d’America avrebbe il Pulitzer, perché un cameramen molto bravo ed un giornalista molto attento si sono immediatamente spostati e ci hanno mostrate e fatto sentire distintamente in audio la voce della persona che diceva “devi farti processare” e distintamente in audio la voce del Presidente del Consiglio che dice identificate quella persona. Ma vediamo anche la sua faccia di poliziotto che si volta, irato e intollerante, incapace di concepire una frase di dissenso. Allora io ho sperato che la prossima volta siamo dieci. A Bari erano undici,  ma vorrei che la prossima volta fossero cento e vi chiedo dobbiamo chiederci, dobbiamo pensare, dobbiamo sperare, dobbiamo organizzare e coalizzarci perché la prossima volta siano mille, duemila e tremila. Siamo noi gli interlocutori di quella stampa europea e americana che dice: ma è possibile che siate scesi così in basso?! E dal momento che alcuni dei nostri più rispettati e più seri e più bravi rappresentanti politici pensano allora che il gioco si giochi tutto dicendo pacatamente ad Adornato che forse dovrebbe ripensare  ai giorni in cui anche lui era comunista e, via, non si dovrebbero usare certi toni…... E se invece si pensasse che il destino lo dobbiamo riprendere nelle nostre mani e che tocca a noi tutti  cittadini redimerci  da questa impressione di essere capaci di tollerare Berlusconi e di viverci bene insieme, credo che saremmo in grado di dare un messaggio importante all’opinione pubblica internazionale. Vedete, la ragione per cui, vivendo per tanti anni negli Stati Uniti,io ho ammirato molto quel Paese, è sempre stata la estrema vivacità della sua opinione pubblica, una sorta di giuria che siede in permanenza di fronte agli eventi politici. Non chiedetemi di entrare nel discorso di dove stava l’opinione pubblica americana quando è nato questo fantasma della guerra all’Iraq che avrebbe avuto tutte le armi del mondo, tutta la distruzione del mondo, il più potente esercito del mondo. Non chiedetemi, perché in mezzo c’è stato l’11 Settembre che, per un momento, ha fatto dell’opinione pubblica americana ciò che certe malattie fanno dei calcoli nel corpo umano. Pietrificano e gelano delle forze che invece di solito sono libere e scorrono. Conosco tanti americani che stanno aspettando con il cuore in gola il momento di vedere la ripresa di una circolazione fervida di opinione pubblica critica nel corso della vita americana. Vi posso dire che la stampa non ha rinunciato. Vi posso dire che noi – l’Unità – che ha una serie di articoli –con una testatina che si chiama l’Antiamericano in cui pubblichiamo un grande americano che parla dell’America- in questi giorni non abbiamo pubblicato un articolo di Michael Cristophe, uno dei più prestigiosi columnist di questo periodo che descriveva il trucco del Presidente Bush di vestirsi da pilota – lui ha detto “travestirsi” da pilota – e farsi trovare sulla tolda della portaerei Abraham Lincoln vestito da pilota e con il casco – mezzo da pilota  e mezzo da spaziale, tra top gun e Viaggio su Marte – per fare l’intero discorso sulla pace, con cui ha dichiarato la fine della guerra in Iraq, vestito in quel modo. Cristophe commentava: con un piccolo documento e due o tre date, questo ragazzo utilizzando le conoscenze del padre ha evitato di essere inviato nella guerra del Vietnam. Questo è il New York Times di due o tre giorni fa. Non lo abbiamo pubblicato perché sarebbe apparso immensamente antiamericano. Ma è un articolo di prima pagina del New York Times di alcuni giorni fa, in un momento in cui molti di noi dicono ma è congelata l’opinione pubblica americana, non è viva come un tempo, non ha il coraggio di esprimere tutta la sua potenzialità. Questo è tipicamente – quello di Cristophe – un discorso che se Bush fosse Berlusconi darebbe immediatamente disposizioni all’Avvocatura dello  Stato di perseguire il reato. Forse qualcuno di voi avrà letto – vedo lì con orgoglio una copia dell’Unità- il breve articolo che ho scritto sul giornale questa mattina a proposito di questa cosa in cui dicevo che in quella frase indecente e incredibile vi è una violazione della Costituzione – perché si viola direttamente l’art. 1 e l’art. 21 sulla totale piena ed incondizionabile libertà dei cittadini a qualunque forma di manifestazione, e non dice se educata o maleducata, la Costituzione, non parla di buone maniere, la Costituzione, perché la libertà è fatta di espressione libera, poi le buone maniere le insegniamo noi ai bambini perché si rivolgano in modo proprio alle persone, Vorrà dire che le prossime volte chiederemo scusi, signor Presidente, le dispiacerebbe riportarsi a quei rapporti con la Mafia che sembra siano alla base, attraverso lo stalliere di… e attraverso il signor Dell’Utri della formazione della sua ricchezza, per favore? Potremmo anche essere più gentili nel tono, ma è bene che rimaniamo fermi nella sostanza, perché la nostra libertà dipende da questa fermezza. E dicevo – perdonatemi se mi cito ma voglio accreditare presso di voi un po’ di più l’Unità, perché l’Unità, insieme a questo altro giornale l’Europa, sono i giornali liberi, sono i giornali che le cose dicono, sono a volte, vi prego di credermi, la sola sede in cui trovato certe notizie – nell’articolo di questa mattina, c’è anche una beffa perché lui non dice “perseguirò” chi dice che, ma dice che lo farà l’Avvocatura di Stato, con i nostri soldi. Quindi ognuno di noi deve sapere che non è più libero di dire quello che pensa di Silvio Berlusconi e che, se lo fa, viene inseguito da una querela penale pagata da chi ha espresso la propria cognizione di libertà e il proprio diritto di libertà garantito dalla Costituzione. Ecco perché non vogliono parlare di Resistenza, ecco perché Berlusconi non si fa trovare il 25 aprile, ecco perché il povero Sindaco forzista di Trieste celebrando il 25 aprile alla Risiera di San Saba -unico campo di sterminio che ci sia in Italia, dove è finita la vita di uomini, donne e bambini ebrei cittadini italiani – gli scappa di dire “sono qui a celebrare le foibe”. Non che non siano un grave delitto, le foibe. E’ un’altra cosa, è un modo di non parlare della Resistenza e della Shoa. Perché non ne vogliono parlare, ma perché di lì viene la Costituzione, perché la Costituzione  è stata pagata sangue dagli italiani che hanno combattuto. Ecco perché ci raccontano l’ignobile fandonia secondo cui quelli di noi che sono stati contrari alla guerra in Iraq non avrebbero dovuto e potuto celebrare il 25 aprile perché il 25 aprile siamo stati liberati dagli americani, gli iracheni sono stati liberati dagli americani e, dunque, se non siamo con gli americani in Iraq non possiamo essere con gli americani il 25 aprile. Pensate a che uso truffaldino, ma anche un po’ febbricitante, della Storia. Il 25 aprile ci siamo liberati da soli, con i nostri combattenti, con la nostra Resistenza, con il nostro sangue, con le persone che sono state torturate e sterminate, con le famiglie che sono state distrutte e, poi, certo, la forza grandiosa che ha sterminato il Fascismo è stata quella degli americani, degli inglesi di tutti gli alleati, sovietici inclusi, con i loro venti milioni di morti. Ma da quando in qua, parlando di una gloriosa alleanza che ha portato alla libertà, si va a celebrare il  più forte e non l’altro, in quale democrazia? Si dice: si devono celebrare gli americani perché loro avevano la forza, i partigiani mica l’avrebbero avuta. Ma vi pare un criterio per concepire l’idea di alleanza? E quanto agli alleati iracheni degli americani è pietoso non parlarne, perché quel popolo vive una tale tragedia che non è il caso di soffermarmi con quel sarcasmo che, non gli iracheni e neppure gli americani in questo caso, ma quei tristi italiani che in questo modo si occupano della nostra storia, meriterebbero. Però, vedete, c’è una logica molto chiara anche nelle ossessioni di Berlusconi: non può celebrare il 25 aprile, perché altrimenti sarebbe costretto a celebrare, intanto, tutta quella parte dell’opinione pubblica italiana che ha partecipato col sangue alla liberazione ( quindi, anche quei “comunisti” che lui vede dappertutto) e poi perché dovrebbe ricordare il nesso essenziale fra la Costituzione e la Resistenza, perché quel nesso non è scindibile e perché la nostra libertà di  lì nasce e non dalle sue chiacchiere di costruttore di Milanello 2, non dalla sua vita di imprenditore che, di tanto in tanto, ha avuto bisogno di “aiutini”, di tipo non proprio precisabile. Non da persona che avrebbe dato vita alla nuova televisione italiana ma che non avrebbe potuto farlo se qualcuno non gli avesse preparato quelle leggi per le quali, vi ricordate, cinque Ministri democristiani si sono dimessi per la vergogna, per non far parte dello stesso Ministero al momento dell’approvazione di quelle leggi salva – Berlusconi – Se questa è la situazione italiana vi renderete conto che noi, l’opinione pubblica, siamo i depositari della possibile salvezza del nostro Paese. Noi, con la nostra presenza. Noi, con la decisione a non rinunciare. Noi, con l’impegno di esserci. Noi, con la decisione di farci sentire. Dipende tutto da noi, quelli che sono in questa sala e quelli che sapremo raggiungere e quelli che sono nella sala dove si accenderebbe improvvisamente la luce su una platea meno orientata di questa, ma che dobbiamo avere la forza di raggiungere ed orientare. Perché credete che sia stata fatta una marcia così forte, così intensa per la conquista dell’ultimo avamposto televisivo? Perché l’idea è quella della stanza del suicida, in cui si mette il nastro adesivo alle finestre perché non entri un filo d’aria, perché non deve passare un filo di informazione. E allora una delle ribellioni che avete in mano  è quella di dare fiato, sostegno e aiuto a coloro che questa informazione continuano a darla,quella di impedire che vengano isolati, è quella di impedire che vengano lasciati soli persino dai partiti che dovrebbero sostenerli solo perché hanno delle loro questioni interne, che però sono meno importanti di quelle che stanno in questo momento tormentando il Paese. E dunque abbiamo un ruolo molto grande noi, l’opinione pubblica. Perché le nostre forme espressive sono la partecipazione, sono la presenza, sono la manifestazione, sono la quantità. Ognuno di noi è indispensabile. Certe cose non sarebbero accadute nell’Italia che si è liberata se per ogni partigiano che moriva e combatteva non ci fosse stato un popolo intero alle spalle, che sosteneva, dava ospitalità, che aiutava, che si faceva complice, che negava informazioni, che proteggeva. Vi sembro esagerato? Vi sembra che drammatizzi una situazione che può essere tranquillamente discussa nel talk-show Di Bruno Vespa? Io penso di no. Io la sento come ve la racconto. Questa è una sala abbastanza giovane, ma io c’ero quando opportunismo, silenzio e consenso hanno reso possibile quello che da sola la forza non avrebbe potuto realizzare. Ci voleva la viltà e ci voleva il silenzio. Non bastano le pure e semplici imposizioni della violenza. Berlusconi intelligentemente sa (anche perché ha questo maledetto ostacolo dell’Europa, di cui cerca di liberarsi sguinzagliando un giorno Bossi, un giorno Castelli, cerca di renderci i rapporti con l’Europa i più impervi possibile; è stato così felice della guerra, che gli ha dato la possibilità di spaccare l’Europa da una parte e dall’altra e di far parte prima in silenzio e mentendo, poi vantandosi della vittoria, di una coalizione di cui ha sempre negato di far parte). Perché oltre che volere la guerra è anche bugiardo.                Almeno gli  altri che volevano la guerra lo hanno detto e hanno affrontato la loro opinione pubblica. Ecco perché è necessario non fermarsi un istante. Ecco perché è necessario tenere alti i toni. Voi sentite continuamente questo discorso dei toni alti e toni bassi. E questo è il problema di come si aggrega il consenso nei media. Che i media siano un buon strumento di conquista del potere, da una parte è ovvio, dall’altra è stato dimostrato proprio nel Fascismo. A quelli di Voi che hanno passione sia per la buona letteratura che per i libri a sfondo di storia contemporanea consiglio un libro edito poche settimane fa da Rizzoli dal titolo “Senza ritorno”. L’autrice è Kressman Taylor. Il libro è del 1942, è stato scritto in tempo reale. L’autrice è una signora che a quel tempo firmava, un po’ come George Sand, con il nome da uomo perché riteneva che le portasse maggiore fortuna editoriale, per cui firmava usando il suo cognome tedesco come primo nome ed il nome americano del compagno come cognome. Ma la storia è molto bella ed indicativa. Ci racconta l’unico episodio della vita del Nazismo, con tutto il potere che aveva il Nazismo, in cui il Nazismo ha operato esclusivamente per via di consenso forzato perché non poteva usare le S.S., non poteva usare le armi e le squadracce, non poteva farlo semplicemente uccidendo. E’ il problema della presa di possesso della Chiesa Luterana, cioè della prima Chiesa Tedesca. La Chiesa tedesca era diventata un ostacolo sulla strada delle leggi razziali perché i pastori protestanti continuavano a predicare contro la discriminazione razziale. Hitler aveva bisogno di cambiare i pastori, ma non poteva farlo mandandoli ad arrestare, perché avrebbe avuto la rivoluzione dei fedeli di ciascuna parrocchia. Allora ha creato un’altra Chiesa, detta dei cristiani tedeschi,  che ha sovrapposto alla Chiesa esistente. E’ una storia, spiega la prefazione del libro, che non sapevamo perché non è mai stata raccontata, perché degli episodi della nostra vita possono uscire dalla nostra vita, se qualcuno non parla. Ha sovrapposto una Chiesa inesistente, quella dei cristiani tedeschi, a quella esistente, dopodichè ha fatto uscire dalle notizie ogni cosa che riguarda la Chiesa esistente, fino a costringerla ad andare in clandestinità. Per ogni parrocchia ne apriva una vicino, falsa, fatta di S.S., di fedeli del partito, di militanti. Queste chiese finte hanno cominciato ad eleggere e produrre i loro vescovi, i vescovi hanno creato un loro Sinodo; tutte le notizie riguardavano loro e più nessuna la Chiesa vera, fino a quando, nell’isolamento e nel buio, si è potuto andare ad arrestare una per una quelle persone che non avevano più visibilità, delle quali ci si era dimenticati che ci fossero. Lasciando passare il tempo che occorreva. E’ stata un’operazione fatta con molta pazienza, una vera sostituzione di una Chiesa Nazionale con una Chiesa finta. Raccontata nella forma di romanzo e di thriller è un bellissimo libro, perché è stato scritto nel 1942, ha avuto molto successo nell’America di allora e poi è scomparso, perché non c’era sostegno a questa tesi. Coloro che hanno, nella recente riedizione americana del libro, provveduto alla verifica storica (che segue, infatti, in un saggio alla fine del libro) dimostrano che ogni passaggio del libro non è fictional, ma è vero. Che lezione! Un grande strumento di potere come il Nazismo, che possiede la violenza e se ne fa un vanto e un orgoglio, nel momento in cui non la può usare, usa il blocco dei media, usa in modo esclusivo le sole informazioni disponibili, distribuisce un’unica striscia, in modo che non resta altro. Impossibile leggerlo e non pensare ai nostri giorni, perché vi dice che c’è un passaggio verso la negazione della libertà che non passa necessariamente attraverso le squadre di azione e la violenza fisica, ma passa attraverso l’eliminazione e lo screditamento. Quante volte vedete la striscia o la testata dell’Unità in televisione da due mesi a questa parte? Quante volte avete visto uno di noi partecipare ai dibattiti e confronti (che certo renderemmo imbarazzanti, mi rendo conto) quante volte? Vi rendete conto che ci troviamo di fronte ad un assedio pianificato, anche perché quando Berlusconi in una conferenza stampa, invece di rispondere al giornalista de l’Unità – è accaduto con un giornalista giovane non identificabile con l’Unità perché ha 21 anni, quindi non c’è passato, non c’è comunismo, al confronto Adornato è lo zio di Stalin, non c’è paragone – appena si è alzato per fare una domanda Berlusconi gli ha detto: “Lei stia zitto, che è un mestatore di professione”. Amici miei, i colleghi non si sono alzati e non se ne sono andati. Questa  è un’indicazione di pericolo per la democrazia in Italia: non si sono alzati e non se ne sono andati. Io ho visto situazioni di questo genere succedere nei momenti in cui a volte ad un Presidente americano succede di perdere il controllo. Successe a Nixon, al periodo del Watergate. Il primo giornalista si alza e gli viene data una rispostaccia. Il secondo giornalista si alza e gli fa la stessa domanda. Il terzo giornalista si alza e ripete la domanda del primo e del secondo. Il quarto si alza e ripete l’identica domanda del primo, del secondo e del terzo. Ed è così che si difende la libertà di stampa. Purtroppo non è avvenuto. Certo, il giorno dopo la Federazione della Stampa ha fatto le sue dichiarazioni, ci hanno sostenuto, ci hanno detto le cose buone che ci ha fatto piacere sentirci dire ma, specialmente per il fatto che il giornalista presente non era una vecchia volpe delle conferenze stampa, ma un ragazzo giovane inidentificabile con un presunto passato (e figuriamoci se io e Padellaro siamo identificabili con i fantasmi, con le follie che abitano, alla Ibsen,  la mente di Berlusconi), specialmente per quello, sarebbe stato bello, bisogna dire, vedere una dimostrazione di sostegno immediato. Quando questi sostegni si fanno rari, i momenti si fanno più duri e difficili. Quando i giornalisti italiani dicono che forse bisognerà fare - io spero che lo decidano – un giorno di sciopero contro le dichiarazioni di Berlusconi di cui abbiamo appena parlato, io credo che queste cose debbano accadere e che siano anche una lezione per quei nostri rappresentanti dell’opposizione che noi sosteniamo, per cui scriviamo, che noi voteremo e per cui chiederemo il voto e che però continuano a credere  che si debba andare sottovoce                da questo governo a dire le cose così come loro vogliono sentirle dire, perché vogliono farsi legittimare da questa presenza e vogliono che questa presenza sia il loro sostegno, e vogliono dire: ma come, c’era anche il tale! Vi ricordate la serata Previti? Il Previti – show è memorabile, è memorabile per l’Europa, come è stato notato dai colleghi della stampa internazionale. Che brutto evento partecipare ad una “serata - Previti”. Quante volte a noi tocca di scrivere lettere, mandare bigliettini, fare telefonate e dire ti supplico non partecipare, ti supplico lasciali soli con questa loro rappresentazione della realtà. E’ difficile, ma non c’è nessuna ragione di perdersi d’animo. A me in altri momenti della vita è capitato di conoscere, quando non era nessuno, era soltanto un uomo della mia età, pochissimo conosciuto persino nel suo Paese, di conoscere Martin Luther King. E qualche volta ne ho scritto sul mio giornale. E ho cominciato (in quel periodo ero giovane, facevo il giornalista in America) a persuadere la RAI-TV, per cui facevo dei documentari, che era importante andare in giro con Martin Luther King. E quindi con la troupe andavo, lo filmavo, lo accompagnavo in prigione, cercavo di rappresentare i momenti in cui veniva arrestato, quelli in cui veniva trattato a getti di acqua gelata, quelli in cui si usavano i cani lupi. Ma non ho mai dimenticato l’insieme della cosa. La prima volta che l’ho conosciuto era nella sua chiesa, ad Atlanta, in Auborne Avenue e ci saranno state quaranta o cinquanta persone. Ed ho simpatizzato perché avevamo la stessa età, perché era vivace, era spiritoso. Abbiamo chiacchierato e passato un pomeriggio insieme. Due mesi dopo sono tornato, quando ha organizzato la sua quinta o sesta manifestazione. Erano in mille e si intende che, in mille, gli idranti ed i cani lupo della Polizia hanno avuto buon gioco. Ma la volta successiva (e me la ricordo perché ci sono andato con Andrea Barbato ed abbiamo cominciato insieme da quel momento a fare questo tipo di documentario, o lui o io) erano cinquantamila e la volta dopo erano un milione, a Washington. E la storia americana è cambiata, perché questo prete ostinato della chiesa d’Auborne Avenue si era deciso a sostenere l’idea della signora Rosa Park, che diceva io non intendo sedermi dietro negli autobus, io voglio sedermi davanti come tutti, sono stanca. Voi sapete come è andata la storia. Questa signora ha preso l’autobus e le hanno detto vada indietro. Lei si è lasciata cadere sul sedile più vicino all’autista e ha detto io sono stanca. E così è nata la rivolta dei diritti civili. Mai, mai nessuno (contro di loro moltissima violenza, tra di loro molti morti: chiese fatte esplodere, Ku Klux Klan, croci incendiate) ha creato la violenza, ma hanno cambiato le leggi del più grande e potente Stato del Mondo, fino al punto che è toccato a un generale nero di  essere il numero uno delle truppe americane ed ora il Segretario di Stato. Ed il giudizio politico finalmente lo possiamo dare non da bianco o da nero, ma da americano che ci piace di più e che ci piace di meno. Ma il Paese ha rotto la sua barriera, perché qualcuno non ha ceduto, perché l’opinione pubblica… C’erano due partiti, ed il partito democratico era più vicino ai neri del partito repubblicano. Ma da soli non lo risolvevano il problema, perché si riunivano, i democratici, e dicevano, però esageriamo e calchiamo un po’ la mano, c’è il rischio che poi gli altri diventino ancora più cattivi, perché non ci fermiamo a metà strada? Non volevano fermarsi a metà strada. Non hanno voluto che cambiasse un pezzettino. Hanno voluto che cambiasse tutta la legge. E la legge è cambiata e quella è l’opinione pubblica, è quello il modo in cui si forma il consenso, è quello il modo in cui l’opinione pubblica può incoraggiare i media e liberare i media e creare un mondo che non c’è, ma di cui abbiamo diritto di parlare, che abbiamo diritto di reclamare e che coloro che ci hanno lasciato la Costituzione nata dalla Resistenza ci chiedono di fare: il nostro dovere di testimoni. Grazie! 

   

 

Conferenze Scuola della Democrazia

Ultimo aggiornamento ( lunedý 21 maggio 2007 )
 
La Costruzione del Consenso Elettorale e il Ruolo dei Media PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
lunedý 12 maggio 2003

Image

5° Laboratorio didattico

23 Aprile 2003 – 10 Maggio 2003
“La costruzione del consenso elettorale e il ruolo dei media”
Obiettivo didattico: evidenziare, anche in riferimento alle trasformazioni della democrazia emerse nella precedente ricerca, il crescente ruolo dei mass media nella  costruzione del consenso elettorale, trattando in particolare la situazione italiana
Contenuti:   Il diritto all’informazione. Il principio del pluralismo nell’accesso ai mezzi televisivi. La disciplina dell’uso dei mass media nelle campagne elettorali. Ruolo dei mass media e sistemi elettorali. Il finanziamento delle campagne elettorali. La normativa in materia di incompatibilità e ineleggibilità. Il “conflitto di interessi”: la soluzione italiana e le esperienze comparate.

 

Docente di riferimento: Prof. Stefano Ceccanti, docente di Diritto Costituzionale Comparato, Università La Sapienza, Roma

 

 

Opere di riferimento:           -         A.Sciortino, “Conflitto di interessi e cariche di governo: profili evolutivi delle ineleggibilità e delle incompatibilità”, Giappichelli, Torino, 1999 -         “Democrazia e cariche pubbliche”, a cura di S.Cassese e B.G.Mattarella, Il mulino, Bologna, 1996 -         “Par condicio e Costituzione”, a cura di F.Modugno, Giuffrè, Milano, 1997 -         A.Chimenti, Informazione e televisione. La libertà vigilata, Laterza, Bari, 2001 -         D.Campus, L’elettore pigro: informazione politica e scelte di voto, Bologna, Il mulino, 2000 -         E.Bettinelli, Par condicio. Regole, fatti, opinioni, Einaudi, Torino, 1995 -         G.Zagrebelsky, Democrazia e sondaggi di opinione: una riflessione, in AA.VV., La tecnologia per il XXI secolo, a cura di P.Ceri e P.Borgna, Einaudi, Torino, 1998, pp.286-308 -         L.Cedroni, Rappresentanza e partiti politici nell’età della comunicazione, SEAM, 1998 -         Mass media ed elezioni, a cura di G.Sani, Bologna, Il mulino, 2001 -         P.Caretti, Diritto dell’informazione e delle comunicazioni, Il mulino,Bologna, 2001 -         R.Zaccaria, Diritto dell’informazione e delle comunicazioni, Cedam, Padova, 1998 -         S.Bentivegna, Al voto con i media: le campagne elettorali nell’età della TV, Carocci, Roma, 2002

 

Laboratori Scuola della Democrazia 
Ultimo aggiornamento ( lunedý 21 maggio 2007 )
 
Tendenze Attuali dei Sistemi Democratici PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
giovedý 01 maggio 2003

Image

4° Laboratorio didattico

17 Marzo 2003 –2 Aprile 2003
“Tendenze attuali dei sistemi democratici”
Obiettivo didattico: individuare alcuni punti di evoluzione delle democrazie, con particolare riferimento all’Italia, evidenziando l’involuzione della democrazia rappresentativa, l’emergere di tendenze neocorporative e populistiche, prospettando alcuni possibili rimedi (partecipazione, sviluppo della democrazia locale, nuovo ruolo della democrazia diretta).
Contenuti:    Regole di maggioranza e democrazia. Limiti alle regole di maggioranza Rappresentanza e interessi. Mandato libero o vincolato? Rappresentanza e partiti. I sistemi elettorali: proporzionale o maggioritario? La crisi dei parlamenti. L’emergere di forme di governo “superpresidenziali” Le democrazie illiberali: tendenze plebiscitarie e populismo.

 

Docente di riferimento: Prof. Stefano Ceccanti, Docente di Diritto Costituzionale Comparato, Università La Sapienza, Roma

 

 

Opere di riferimento:           -         “Democrazia, rappresentanza, responsabilità”, a cura di L.Carlassare, Cedam, Padova, 2001 -         “Percorsi e vicende attuali della rappresentanza e della responsabilità politica”, a cura di N.Zanon e F.Biondi, Giuffrè, Milano,         2001 -         A.Lijpardt, Le democrazie contemporanee, Il mulino, Bologna, 2001 -         A.Pizzorusso, Maggioranze e minoranze, Einaudi, Torino, 1993 -         G. Pitruzzella, Forme di governo e trasformazioni della politica, Laterza, Bari, 1996 -         G.Sartori, Ingegneria costituzionale comparata, Il mulino, Bologna, 2000 -         I. Meny, F.Surel, Populismo e democrazia, Il mulino, Bologna, 2001 -         L.Violante (a cura di), Il Parlamento, Einaudi, Torino, 2001 -         S.Fabbrini, Il Principe democratico, Laterza, Bari, 1999 -         S.Vassallo, Il governo di partito in Italia, Il mulino, Bologna, 1994 -         S.Vassallo, S.Fabbrini, Il governo. Gli esecutivi nelle democrazie contemporanee, Laterza, Bari, 2001

 

Laboratori Scuola della Democrazia
Ultimo aggiornamento ( lunedý 21 maggio 2007 )
 
Sezioni
Archivio


Associazione Politica Insieme - P.iva e C/F 01077440533

Design maintained for Mambo by Absalom Media