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Democrazie senza Giustizia Costituzionale - Groppi PDF Stampa E-mail
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lunedý 04 novembre 2002

da l’Unità del 31.10.2002
Democrazia senza giustizia costituzionale?
di Tania Groppi

C'è oggi in Italia, in una misura mai raggiunta in passato, un'insofferenza nei confronti della giustizia costituzionale, cresciuta in proporzione diretta ai caratteri plebiscitari e demagogici che la nostra democrazia manifesta.
Nei giorni del dibattito sulla cosidetta «legge Cirami» e dell'udienza della corte costituzionale sul legittimo sospetto avventate dichiarazioni politiche e pesanti silenzi ci ricordano la permanente difficoltà di ammettere l'esistenza di una sfera di giustizia (e di suoi custodi) svincolata da quella della politica (e dalle sue maggioranze).
Non è nuovo, da noi come altrove, che la presenza della giustizia costituzionale sia vissuta come una insopportabile intrusione da parte delle forze politiche. Il motivo si comprende, ma non si giustifica. Compito della giustizia costituzionale è quello di moderare i conflitti politici, in nome e per mezzo della costituzione, cioè delle regole fondamentali del vivere comune. È nell'essenza di questo tipo di giustizia moderatrice, tipica della democrazia liberale, di essere di contrappeso e freno a quello che altrimenti sarebbe lo strapotere della maggioranza, ovunque si possa manifestare (parlamento, governo, regioni ecc.).
Nonostante una generale accettazione e un diffuso apprezzamento per l'operato della corte costituzionale già in passato sono stati compiuti - periodicamente - tentativi di influenzarne o limitarne l'operato. La legge costituzionale n. 2 del 1967 ha ridotto la durata in carica dei suoi membri da 12 a 9 anni e ha introdotto il divieto espresso di prorogatio, capovolgendo così l'orientamento assunto dalla corte, che aveva invece riconosciuto, nel proprio regolamento, applicabile l'istituto ai giudici costituzionali; nel 1998, a seguito di un intervento additivo della corte in materia di prove penali, è stato presentato un disegno di legge costituzionale - mai approvato - volto a impedirle di adottare, in futuro, sentenze a carattere manipolativo; nel 1999, poi, il parlamento ha fatto ricorso alla revisione costituzionale per scavalcare una sentenza della corte: la legge costituzionale di modifica dell'art.111, in materia di «giusto processo», costituisce un esempio di utilizzo, da parte del parlamento italiano, di quel «diritto all'ultima parola» che rappresenta davvero l'ultima risorsa della politica. In altri termini, di una revisione costituzionale fatta «contro» la corte costituzionale. Mai però si è assistito a una ribellione delle maggioranze politiche alla giustizia costituzionale come nell'ultimo anno.
Sul piano pratico è stato portato all'estremo il tentativo, neppure troppo camuffato, di addomesticare la corte costituzionale, incidendo sulla sua composizione e sulle sue funzioni.
È tutt'altro che archiviato il progetto del Ministro Bossi volto modificare la composizione della corte: apparentemente in nome del «federalismo», in realtà per consegnare alla politica, e nella specie alla maggioranza di governo, il controllo della corte costituzionale. E resta sempre attuale il progetto di revisione dell'art. 68 della costituzione, volto a sottrarre al giudizio della corte le delibere delle camere che statuiscano l'insindacabilità dei parlamentari
Sul piano teorico, in nome della «democrazia» maggioritaria viene di nuovo e senza tregua messa in discussione la legittimazione della corte costituzionale: come possono, si continua a dire da più o meno autorevoli voci, quindici giudici disfare quello che i rappresentanti del popolo, democraticamente eletti, hanno voluto?
Sono passati ormai due secoli da quando, nel febbraio del 1803, per la prima volta un giudice - era il giudice Marshall, della Corte suprema degli Stati uniti nel caso Marbury contro Madison - osò disapplicare una legge del parlamento perché contraria alla costituzione.
«O la costituzione è legge superiore e suprema, non alterabile con procedure ordinarie; o è al medesimo livello degli atti legislativi ordinari e, come tale, è alterabile secondo la volontà del legislativo. Tra queste due alternative non c'è via di mezzo», scrisse Marshall. «Se la prima ipotesi è quella vera, allora un atto legislativo contrario alla costituzione non è legge: se è vera la seconda, allora le costituzioni scritte sono tentativi assurdi, da parte del popolo, per limitare un potere nella sua natura illimitabile. In realtà, tutti coloro che hanno elaborato costituzioni scritte guardano ad esse come ad una legge suprema e fondamentale e, di conseguenza, principio fondamentale di ognuno di questi governi necessariamente sarà quello di considerare nullo un atto del legislativo contrario alla costituzione». Pensavamo di poter ragionevolmente sostenere, alla vigilia del bicentenario di questa storica decisione, che la giustizia costituzionale costituisce un elemento cardine dello stato democratico e che, se mai, è la sua assenza a far dubitare della democraticità di un ordinamento. L'esperienza degli ultimi decenni parla in questo senso. Dovunque, nel mondo, abbiamo assistito a ondate di democratizzazione accompagnate dalla creazione di organi di giustizia costituzionale: è accaduto in Africa, in America latina, nei paesi dell'Europa centro-orientale.
Ci pareva acquisizione ormai compiuta che, nella democrazia costituzionale, è necessario dar vita a forme di difesa giurisdizionale della Costituzione, in modo che nessun tipo di atto (neppure la legge del parlamento) e nessun comportamento politico sia sprovvisto di un proprio giudice: come ha ricordato in questi giorni il presidente della corte costituzionale italiana, soltanto così può essere affermata la supremazia della costituzione che della democrazia costituzionale è requisito imprescindibile. Anche ordinamenti tradizionalmente riluttanti ad ammettere forme di sindacato giurisdizionale sulle leggi, quali quelli di matrice britannica, si sono andati lentamente piegando a questa necessità, come mostrano le esperienze del Sudafrica, del Canada, della Nuova Zelanda, di Israele e, dello stesso Regno Unito. Le vicende italiane sorte a margine della «legge Cirami» ci mostrano invece il riemergere di una nozione di «democrazia» ove la giustizia costituzionale non ha posto. Una «democrazia» che, in nome della sovranità di chi ha vinto le elezioni, nega la rete di poteri esterni il cui compito è difendere i diritti individuali e collettivi precisamente nei confronti dei titolari del potere politico: i contropoteri, o poteri antimaggioritari (magistratura, informazione, giustizia costituzionale, amministrazioni indipendenti), la cui legittimazione, nella democrazia liberale di cui troppi parlano senza sapere di che, prescinde dalla forza delle maggioranze e si fonda sul diritto.

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Ultimo aggiornamento ( giovedý 24 maggio 2007 )
 
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